Maurizio e dintorni

appunti di viaggio….ma non solo

1987 – DDR, Cecoslovacchia, Ungheria, Isola di Cres (Jugoslavia)

Ennesimo tour “oltrecortina”. Questa volta insieme alla “mia” dolce metà Silvana e la coppia Elvio- Marina. Due equipaggi in due Fiat Uno. Per la terza volta torno nella Germania Democratica (D.D.R.), dopo il 1968 e il ’73. E darò una ripassata a luoghi come Praga e Budapest visitati qualche anno prima.
All’epoca un viaggio come questo non era certo abituale, soprattutto se intrapreso senza l’assistenza di alcuna agenzia turistica. Parliamo dei paesi comunisti come l’Ungheria, la Cecoslovacchia, e l’insondabile e misteriosa Deutsche Demokratische Republik, per noi italiani, la Repubblica Democratica Tedesca.

L’amicizia che tuttora mi/ci lega ad Elvio e Marina ci garantirà giorni piacevoli.
Non so il perché ma quando penso a quel viaggio mi viene subito in mente Fiorella Mannoia e la sua “Quello che le donne non dicono”. Ricordo l’istante in cui, scendendo dall’auto per una pausa, dal mangiacassette uscirono le note di questa bella canzone. A volte situazioni normali di una normale giornata ti rimangono nella testa e non ne capisci il motivo. Luoghi e momenti precisi: dal panino con la mortadella mangiato sotto il campanile pendente di Ficarolo ad un intasamento nel traffico di Via Nizza col mio Wolkswagen, dal volto di una ragazza sul filobus della Torino-Rivoli ad un contrasto di gioco al campo di Leumann…mahhh!

Autostrada fino ad Aosta, quindi i tornanti del Gran San Bernardo la cui bellezza avrebbe meritato più che una sosta, ma i nostri piani non ce lo permettevano. Quindi “l’amata” Svizzera che ci lasciammo frettolosamente alle spalle. La notte del 1° agosto la trascorremmo a Francoforte, Germania, quella Federale. Rapido giro per le freddine strade della capitale dell’Assia e poi a nanna.

Mattinata grigia come lo sarà l’intera giornata, come lo saranno diverse giornate, la maggior parte di quelle che trascorreremo aldilà della “cortina di ferro”. Il grigio sopra le nostre teste annichilisce il verde della campagna e dei boschi che accompagnano quasi interamente la rete autostradale tedesca. E la frontiera che separa le due germanie non riesce a dividere il cielo … grigio sia da una parte che dall’altra. Ma non sarà il tempo “metereologico” ciò che rimarrà nei nostri ricordi, bensì quello trascorso per i controlli, soprattutto delle auto, sollevate sul ponte per le verifiche del caso!

“Checculo che ha avuto quella famiglia!” questo il mio commento vedendo una casetta che per poche centinaia di metri era stata destinata all’Ovest dopo la fine della guerra.
E nei chilometri successivi vedemmo concretizzarsi la realtà della “guerra fredda”: centinaia di carri armati piazzati in bella mostra e con regolarità tedesca sui fianchi di colline che ci accompagneranno per buona parte del tragitto che ci porterà a Lipsia.

Ovvio sottolineare che i “tank” erano rivolti in direzione dei loro “fratelli” capitalisti.

Davanti, di dietro e di fianco eravamo accompagnati da quello che diventerà dopo pochi anni il simbolo della DDR. La Trabant, la popolare auto a due tempi. Qualcuno cercava disperatamente di affiancarci per ammirare le nostre Fiat Uno! Tuttavia c’era anche qualche Wartburg, decisamente migliore, a segnalare che anche li c’era qualcuno che se la sfangava meglio di altri.

A Lipsia ci accampiamo in un camping nella periferia più periferia della città. Io e Silvana montiamo la tenda tra una sventagliata di acqua e l’altra. Di piantare la tenda Elvio non ne ha proprio voglia “regalando” a Marina una notte particolare, quella cioè di dormire distesi nel baule dell’auto. Non prima di aver abbassato i sedili posteriori. Poi, soprattutto per la felicità della nostra amica, prenderemmo un Bungalow per le notti successive.
Si, perché decidiamo di visitare qualche lembo della Turingia e della Sassonia, facendo capo a Lipsia.
Al mattino ci svegliamo con il cielo ancora plumbeo, fa freddino, ma i numerosi turisti (quasi tutti tedescorientali) che affollano il campeggio sembrano non dolersene più di tanto. Al service compriamo del latte contenuto in quelle confezioni piramidali che ricordavo essere in uso da noi a cavallo degli anni ’60-‘70. La qualità del prodotto ottenne un voto molto alto da parte dei miei tre amici. In quegli anni a me bastava un caffè.

In quel campeggio, discretamente grande, eravamo i soli italiani. Ma che dico, i soli occidentali! Ciononostante, a differenza di quello che ci attendavamo (vista anche la curiosità dimostrata per strada alla vista delle nostre auto), passavamo pressochè inosservati. Silvana e Marina, da me interpellate prima di iniziare a raccontare, ricordano che nei bagni (in campeggio l’occasione migliore per scambiare qualche parola mentre ci si sistema un pò allo davanti allo specchio) non ebbero avuto la benchè minima possibilità di instaurare alcun rapporto con le tedesche. Cosa che contrasta con la vulgata di allora, secondo la quale i cittadini dell’est cercavano in qualche modo di dialogare con gli occidentali che incontravano nel loro Paese.

Lipsia. Dire che è una bella città mi pare un po’ esagerato. A fronte di un centro storico in parte ancora da rimettere a posto, proponeva una Neustadt (nuova città) con ampi spazi pedonali, locali, angoli per i giochi dei bimbi. E comunque i suoi palazzi, la sua architettura ne fanno una città austera che ben si adatta alle composizioni del suo più celebre figlio, Richard Wagner.

E siccome per la generalità di noi italiani un metro di giudizio per valutare la bellezza e la godibilità di un qualsiasi luogo è il mangiare, dico subito che per tutte le grandi città dei Paesi comunisti vigeva una regola: i ristoranti di qualità li trovavi nei grandi hotel. Per il resto, poca roba e di ristorantini tipici neanche l’ombra.

Ma Lipsia resterà indelebile nelle menti mie, di Silvana e di Marina, massì anche di Elvio, per questo episodio: ormai stanchi dal non trovare un “ristorantino” consono ai nostri desideri, ne becchiamo uno in extremis di quelli catalogati come “poca roba”, di fronte alla stazione ferroviaria. Accoglienza freddina e scocciata (nella norma) della cameriera che evidentemente aveva già pregustato il fine servizio. L’appetito è alle stelle e dopo aver consultato il menù, scritto esclusivamente in tedesco, io e le mie compagne scegliamo come primo e unico piatto una zuppa qualsiasi.
Elvio chiede alla cameriera cosa fosse quella proposta incomprensibile di piatto. Dopo varie ed inutili spiegazioni gestuali e in tedesco, la cameriera (sempre più scocciata) disegna su un tovagliolino di carta un canguro…cosa che incista il nostro, che lo ordina senza titubanze. Pochi minuti dopo a noi arrivano delle sostanziose zuppe, mentre ad Elvio viene servito un brodino in una tazzina da the. Non sapremo mai se esista realmente un brodo di canguro e se quello lo fosse davvero, so solo che la cameriera espresse una smorfia che sapeva di un bel “tiè” quando vide l’espressione smarrita del nostro amico! Una gag che svremmo ricordato per l’intero viaggio e negli anni, proprio per sottolineare la “ricercatezza” gastronomica da parte di Elvio.

Erfurt, Weimar e Jena furono i nostri obiettivi dei due giorni successivi.
Erfurt è la capitale del Land della Turingia. Un centro culturale di estrema importanza, detta anche la “Roma” di quella regione meridionale della DDR. Vi incontriamo anche dei conoscenti di Torino e con loro trascorriamo parte della giornata. Anche se le vie di questa come delle altre città che visiteremo (Berlino Est compresa) non sono certo da paragonare in vivacità a Parigi, o Amsterdam, o Londra, prendiamo atto che anche qui, nella triste DDR, c’è gente normale che fa le cose che facciamo noi per strada: da chi si gode un buon gelato, alle coppiette che flirtano, i giovani e non ai tavoli delle cafetterie, belle ragazze in minigonna, qualche “tamarro” che fa un po’ di casino, anziani sulle panchine che se la raccontano, gente che va di fretta, chi veste dimesso e chi ricerca un po’ di eleganza, bambini che giocano a pallone. Insomma, di tutto. Non voglio dire che li se la passassero tutti bene, anzi. Però esagerare nel descrivere un Paese che esprimeva solo grigiume e tristezza, (penso a diversi reportage giornalistici o a qualche film) lo trovai esagerato. Almeno rispetto a ciò che vedevo.

Weimar è la seconda città che decidiamo di visitare. Quando si dice Weimar a molti (o pochi) viene in mente l’omonima Repubblica che ebbe vita in Germania nel periodo che va dalla fine della prima Guerra mondiale sino all’avvento al potere di Hitler. In realtà Weimar fu la sede dell’Assemblea che promulgò la Costituzione. Una pezzo di storia affascinante e drammatica, di rinascita democratica dello stato tedesco, di benessere, ma anche di grande crisi economica (nel 1923 un’inflazione impressionante, tanto che un kg di pane costava 400 miliardi di marchi, si narra trasportabili con una carriola), di dolorosa divisione della sinistra. Insomma, il fertile terreno che permise la presa del potere da parte di Hitler. Sui depliant di questa bella cittadina apprendiamo che qui vissero e morirono Nietzsche e il poeta F. Schiller. Ci sorprese sapere che vi nacque Carl Zeiss, quello che fondò l’omonima e prestigiosa azienda di ottica. Noi pensavamo fosse di Jena, che comunque visitammo anch’essa.

Girando per queste città non riesco a non pensare ai tragici avvenimenti che hanno profondamente segnato la storia, la vita e la morte di decine di milioni di esseri umani, proprio a causa della follia nazista che ebbe luce proprio in questi luoghi.
Tutti i territori che si incontrano parlano infatti di immani tragedie, come quella vissuta tra il 13 e il 15 febbraio 1945 dalla popolazione di Dresda dove, bombardieri inglesi e americani scaricarono una enormità di bombe tali da distruggere la gran parte della città. I calcoli delle vittime non sono mai stati resi ufficiali: si va dalle 30.000 alle 200.00 vittime. Un bombardamento che nelle intenzioni più o meno ufficiali degli alleati doveva servire ad annichilire e punire il popolo tedesco, reo di aver aderito incondizionatamente ai piani hitleriani. Chi vuole saperne di più…c’è un mare di siti tra cui segnalo questo: https://www.corriere.it/esteri/15_febbraio_11/dresda-1945-2015-70-anni-fa-tre-giorni-inferno-terra-b99129f8-b1f5-11e4-a2dc-440023ab8359.shtml?fbclid=IwAR0K4egMSMApCIdjV2MTdp6oOqT3jfVt8-sAAedJQoLFKTMvj7vqsDmnPFM
Dresda è la “Firenze dell’Elba”, divisa in due proprio dal grande fiume che l’attraversa: da una parte la città vecchia e dall’altra il suo contrario. Ottimi segnali di ricostruzione. Oggi tutte le guide ne parlano come della ritrovata “gemma” culturale della Germania riunificata.
Finalmente Berlino Est, dove optammo per un bungalow in un campeggio appena fuori la capitale della Germania Democratica.
Beccammo due giornate di freddo pungente, mi pare sugli 8-10 gradi. Per il sottoscritto ed Elvio fu emozionante ritornare in quel luogo dove 14 anni prima trascorremmo giorni indimenticabili che ho già raccontato su questo blog.
La differenza tra le due Berlino la verificammo varcando il muro, al famoso “check point charlie”, luogo noto agli appassionati di storia, di romanzi e film di spionaggio. Volevamo trascorrere una giornata nel settore ovest della città.
Una delle più belle e sorprendenti città europee, piena di giovani di tutto il mondo che in quel periodo sceglievano Berlino Ovest quale luogo ideale per viverci. Il confronto tra le due realtà si confermò imbarazzante. Li si toccava con mano la differenza tra la realtà comunista e quella capitalista!
E poi il “muro”. Che sarebbe stato abbattuto solo 2 anni dopo. Cosa che allora era impensabile.

Un episodio che ricorderò negli anni fu quello riguardante il ritorno, in serata, nel settore est di Berlino, nella baracca di passaggio e di controllo da parte della polizia tedesco-orientale. Grigia e illuminata dai neon, ero in coda proprio dietro una vecchietta dell’est che ritornava a casa dopo una visita ai parenti (almeno questo era il “film” possibile che mi ero immaginato); venne fermata e perquisita; senza tanti complimenti le presero la borsetta che rovistarono senza trovare nulla. Ma questa poveretta era molto scossa, la vedevo tremare e balbettare alle domande delle guardie. Non accadde nulla, ma ho visto la paura sulla sua faccia!
Potrei raccontarvi di Alexanderplatz, dell’elegante ristorante sulla Unter den Linden dove consumammo la cena per due delle tre serate berlinesi, della Torre girevole della tv alta oltre 350 metri dove cenammo l’ultima sera, del museo dei storia della Germania e della Berlino “democratica”, ma ciò che ricorderò per sempre sarà quell’episodio che c.
Sette furono i giorni che trascorremmo in DDR.
Ripartimmo con obiettivo la Cecoslovacchia e la sua capitale.
Evitammo di cercare da dormire a Praga, già allora meta di intenso turismo, per cui decidemmo di fermarci a Karlovy Vary (in tedesco Karlsbad “Le terme di Carlo”, Imperatore del Lussemburgo che la fondò intorno al 1400) a circa 130 km dalla “città dell’oro”.
Bella ed elegante città termale con tanto liberty da mostrare ai numerosi turisti, soprattutto anziani e di media età. Tra il 1700 e il 1800 Karlovy Vary conobbe un grande splendore anche grazie alla frequentazione dell’alta aristocrazia, del potere e del mondo artistico mitteleuropeo. Il pernottamento di due notti in un alloggio privato ci permisero di visitare per una giornata intera la capitale che io e Silvana visiteremmo più a fondo nella Pasqua del 1989, ospiti di amici praghesi conosciuti 4 anni prima in Jugoslavia.
Di Praga, come di Budapest (la nostra prossima tappa) non è il caso che vi illustri nulla. Due splendide città, meritatamente proposte dai “tour operator” di ogni parte del mondo. Soprattutto la capitale magiara l’avevo già visitata 9 anni prima, ma come varrà anche per quella boema, da allora non ha più fatto parte delle mie mete turistiche. Men che meno ora che al potere gli ungheresi hanno mandato e riconfermato il razzista Orban.
E comunque di Praga ricordo bene una cosa: donne bellissime e ……alte. Io con il mio metro e settanta avrei avuto poche chance. Meno male che sono nato in Italia !!!
Anche nella capitale magiara scegliemmo una casa privata di Pest, nei pressi del Parlamento, quello che con tutte le sue guglie è la cartolina di Budapest. Pest è la parte bassa della città, adorna di antichi palazzi e grandi viali che riportano alla mente i fasti dell’impero Austroungarico. L’eroe nazionale, il capo della lotta per l’indipendenza da Vienna, è Lajos Kossuth, amico del nostro Garibaldi, che soggiornò lungamente a Collegno e proprio per questo la nostra città gli ha dedicato, ormai tanti anni fa, un suo busto davanti alla scuola Marconi.
Buda è invece la collina, con il suo “bastione dei pescatori” dal quale si domina gran parte della città. Come Budapest anche Vienna è bagnata dal Danubio, ma da quel che ho visto ho sempre preferito la prima, che all’epoca mi trasmetteva un’anima più decadente, elemento questo che mi ha sempre affascinato in una città.
Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare della “Puszta”. Quando ancora alle medie si studiava geografia, e quando si parlava della pianura ungherese ne storpiavamo il nome con “puzza”! Ebbene, come vedrete dalle foto, ci siamo stati! Una certa emozione l’ho provata (non certo quella che avrei provato anni dopo nella Monument Valley), quei luoghi mi riportavano a ripercorrere le pagine del mio atlante geografico, che da bambino guardavo sognando i luoghi del mondo che avrei voluto visitare. Non so perché, ma stranamente la Puszta era uno di quelli. Forse perché il piattume del territorio mi ricordava il mio Polesine!

Dopo tante città e tante nuvole scegliamo di andare a prenderci un po’ di sole sulla costa slava. Sull’isola di Cres, Obiettivo un camping vicino a Mali Losini. Lo facciamo con due amici torinesi incontrati casualmente alla coda del traghetto,
Una settimana di sole e mare e, tanto per cambiare, di incavolature con i locali. In particolare con un ristoratore di Veli Losini, al quale riservai qualche “rimprovero” ad alta voce nel suo ristorante stracolmo di gente. Il cibo scadente e un prezzo “italiano” mi fecero andare fuori dai gangheri e chi mi conosce sa che certe cose non le sopporto proprio!
In definitiva un bel viaggio, di conoscenza e di divertimento insieme a due veri amici con i quali non potevamo non trascorrere una vacanza che ancora ricordo con piacere.
L’anno dopo io e Silvana ritornammo per l’ennesima ed ultima volta in Jugoslavia e fu anche l’ultima volta nei paesi dell’est, che  dopo circa due anni, con la caduta del Muro di Berlino, conobbero una svolta epocale, anche tragica nel caso slavo, che cambiò anche parte della storia contemporanea. Non solo europea.

 

LE FOTO INERENTI IL RACCONTO SARANNO PUBBLICATE AL PIU’ PRESTO. Potete vederle sulla mia pagina  Facebook

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