Maurizio e dintorni

appunti di viaggio….ma non solo

Archivi per il mese di “gennaio, 2013”

Il tifo è uguale per tutti

Oggi ho pagato il canone Rai. Sono sempre stato ligio a questo obbligo che per la verità non ho mai considerato come tale, perché credo nel servizio pubblico e nonostante “mammarai” proponga quotidianamente programmi di intrattenimento degni delle peggiori tivù commerciali. E nonostante  la Rai confezioni “talk show” sportivi (meglio sarebbe dire “calcistici”) senza tener conto – o più semplicemente fregandosene –  che i “cittadini-telespettatori-tifosi”, oltre a tifare per la GGiuve,  el Milàn e l’Inter, aRoma e aLazzie, o’ Napule, tengono anche per il Palermo, per la Samp o per il Genoa, per il Pescara, per la Viola, per l’Atalanta, per il Toro e per tante altre compreso il mio Bologna. Le quali squadre, rappresentano città con un bacino di teleutenti non indifferente, ma sono considerate come lo scarto – a volte fastidioso – del calcio italiano. In questa “discriminazione” si distingue la Domenica Sportiva che non perde “quasi” occasione per ignorare queste provinciali o nobili decadute (per ora).

Dico “quasi” perché può succedere che i gol del granata Meggiorini te li facciano vedere per circa 10-12 volte…ma solo perché segnate contro la grande Inter. Ieri sera anche il gol di Paloschi del Chievo l’ho visto una quindicina di volte, grazie al fatto di essere stato realizzato a Roma caaLazzie. Nella stessa serata ho atteso “solo” un’ora e mezza (dopo essermi sorbito un interessante dibattito sul rigore negato alla Juve) per ammirare i tre gol del mio Bologna contro “a maggica”. Ma un commento che fosse uno sui miei rossoblù, neanche l’ombra, mentre è stato certamente più importante riservare spazio al futuro di mister Zeman. E allora mi domando: forse che il “cittadino-telespettatore-tifoso” di Roma viene considerato più importante di quello di Bologna? O sarà forse che il “cittadino-telespettatore-tifoso” felsineo paga un canone Rai inferiore a chi vive nella città eterna?

Mah…intanto mi sto preparando per la prossima Domenica Sportiva: sarà una nottata lunga, l’obiettivo è rimanere sveglio almeno fino alle 3….in calendario c’è Pescara-Bologna!

boxMaurizio

Il “peso” di decidere

Questa mattina ho ascoltato la trasmissione “Il geco” su Radio Capital il cui tema era, in sintesi “Bisogna salvare l’Ilva o dare la priorità sanitaria per i cittadini di Taranto? E’ meglio tagliare le spese per i bombardieri F35 oppure garantire il posto di lavoro ai lavoratori che li producono?”. Via alle telefonate….che sono arrivate numerose. Alla fine ho sentito parlare di “riconversione”, accorati appelli che “la guerra è peggio della disoccupazione”, che “è un falso problema”, che “i soldi vanno spesi nella sanità e nella scuola”, che la colpa “è dei politici e della casta”, della necessità  di “aprire un dibattito culturale” e altro ancora. Per carità, non intendo dire che non ci si debba più indignare, lottare per le proprie idee…ci mancherebbe! Vorrei però sottolineare che quando uno dice la sua pensasse a cosa farebbe lui al posto di chi governa e deve prendere una decisione, ora. Non tra dieci anni. Con tutta la responsabilità del caso, sapendo che con quella decisione si decide sulla vita REALE di decine (o centinaia) di migliaia di persone. Ecco, questo manca. Purtroppo!

Un “calcio” alla libertà nell’Argentina del ’78.

Ho scovato nel mio “archivio” un breve racconto intitolato Juan Miguel Neumann,  che nella sua drammaticità, ho trovato splendido. Parla un pò di calcio, molto di democrazia e di libertà rubata…nell’ Argentina del 1978. Lo ha scritto Piero Cavallotti, uno scrittore che ho conosciuto sulla rete grazie alla comune “fede calcistica” per il Bologna.  Non essendo ancora al top nella gestione del mio blog lo inserisco qui di seguito.  Leggetelo e poi mi dite. 

 

“Avevamo un bel da dire, io e gli altri compagni, avevamo un bel da criticare questo mondiale, a discutere sulla necessità di un suo boicottaggio, a considerarlo come un’arma nelle mani del regime per rifarsi una verginità, per legittimarsi al mondo. Forse, sulla carta, le cose stavano davvero così, ma adesso, nella pratica, tra me e me mi viene da pensare: benedetti questi mondiali, speriamo che non finiscano mai. E invece purtroppo stanno finendo. Sento dalla televisione di là dal muro che le squadre, Olanda e Argentina, stanno scendendo in campo per la finale. E dirò di più: tifo anche per l’Argentina. Non voglio neanche pensare a quelle belve deluse per aver perso la finale…

Mi presento: mi chiamo Juan Miguel Neumann, padre di origine tedesca, madre di origine italiana, ho dentro di me quarti di sangue croato e spagnolo, un pizzico di sangue indio, insomma, io sono l’Argentina. Non esiste al mondo paese con tante radici, un mosaico con tanti tasselli come l’Argentina. Non esiste, credo, una popolazione in Europa che non abbia la propria rappresentanza qui. Io sono nato nel 1954 a Buenos Aires, e credo di aver compiuto di recente ventiquattro anni. Dico ‘credo’, perché qui dentro ho perso ormai la nozione del tempo. Già, perché la mia situazione è alquanto strana. Sono sdraiato per terra, su un pavimento sudicio, bendato, con le mani legate, e sono in attesa, da giorni, da settimane.
Vennero a prendermi qualche settimana fa. Era notte, Charo ed io ci eravamo appena addormentati perché Marisol, la nostra bambina, aveva fatto fatica a prendere sonno a causa dei dentini che crescevano. Buttarono giù la porta, facendo un rumore insopportabile. Non so, forse è una deformazione della mia mente, ma di quella notte ricordo soprattutto il rumore, assordante. I loro movimenti, le loro voci, le nostre voci, le urla, tutto sembrava insopportabile per normali orecchie umane. Io scesi di corsa, cercai di affrontarli, ma mi colpirono con il calcio di un fucile, e caddi a terra quasi incosciente. Ma capii subito quello che stavano facendo quei porci. Ne avevamo parlato, con Charo, con mia madre, ma sembrava tutto così lontano, così inverosimile. Invece era vero, stava accadendo a me, a Charo, a Marisol. Mentre ero a terra, cercando di sollevare la testa, vidi qualcuno che trascinava Charo, e qualcun altro che usciva con in braccio la nostra bambina. Volevo urlare, volevo dire “la nostra bambina no, per favore!, datela a mia madre!”, ma non ne ebbi la forza. Prima che mi infilassero un cappuccio sulla testa fu quella l’ultima scena che vidi: un uomo dalla faccia butterata che teneva in braccio la nostra bimba e la portava via. Mi caricarono su una macchina, e mi portarono da qualche parte, e poi da un’altra parte ancora, e poi qui. Ovunque andassi, le stesse cose: un pavimento freddo e sudicio, un cappuccio o una benda e coprirmi gli occhi, e loro. Non vi dirò che cosa mi hanno fatto. Io prima di essere rapito facevo il praticante giornalista, mi occupavo di cronaca sportiva, avevo le mie idee politiche, ma non facevo una gran politica attiva. A me piaceva il calcio, piaceva lo sport, mi piaceva mia moglie e adoravo la mia bambina. Ogni tanto partecipavo ad un comizio, raccoglievo firme, niente di che, insomma. Ma a loro questo bastava. Bastava perché io cessassi di essere un uomo e diventassi un coacervo di dolore e di disperazione. No, non ve lo dirò che cosa mi hanno fatto, ho troppo rispetto per quel poco di umano che mi è restato, per dirvi quello che mi hanno fatto.
Sento delle urla nell’altra stanza. Sì, abbiamo segnato. La televisione è a volume altissimo, è come se assistessi ad una radiocronaca. Kempes, a metà del primo tempo. Le cose si mettono bene.
Ma non è stato neanche il dolore fisico, il mio tormento maggiore, da quando sono qui dentro. Anche perché se esagerano, io svengo. Non ci immaginiamo che macchina perfetta sia il nostro corpo. Ha dentro di sé una sorta di valvola di sicurezza e quando il dolore diventa insopportabile, ti fa svenire. Hanno voglia loro ad usare tecniche sempre più raffinate di tortura, a far assistere un medico durante i ‘trattamenti’; non ci sono cazzi, se esagerano, io svengo. No, non è stato il dolore fisico. E’ stato, è il dolore dentro. L’angoscia per la sorte di Charo, sapere che fine ha fatto Marisol… Erano la mia vita. Quando tornavo a casa aprivo la porta e urlavo: “Come stanno le mie bellissime donne?!” e mi venivano incontro. Avevamo pochi soldi, non avevamo mai fatto una vacanza, ma con loro ero felice. Erano la mia famiglia. Charo era bellissima, con lei era stato un vero colpo di fulmine, in quattro mesi ci eravamo conosciuti e sposati, ogni volta che la vedevo, in qualunque situazione, sentivo dentro di me gli ormoni che andavano in fibrillazione. E adesso, perché? Perché ci hanno fatto questo? Perché io ne parlo al passato? Ecco, vedete? Quegli animali che sono di là a seguire la partita potranno farmi, come in effetti hanno fatto, le porcherie più immonde, ma il torturatore più crudele per me sono io stesso. Perché con le mie torture non riesco nemmeno a svenire.
E’ finito il primo tempo. 1-0 per noi. Sento gli schiocchi delle lattine di birra che si aprono, i commenti, le discussioni. Uno dice che l’arbitro italiano ci ha favorito, un altro lo zittisce con un insulto.
Io però una piccola speranza in tutto questo ce l’ho. Che abbiano affidato Marisol a mia madre. Che cosa possono fare ad una bambina di otto mesi? Sì, di certo l’hanno affidata a mia madre, sono delle bestie, ma sono pur sempre dei padri di famiglia. Marisol adesso è al sicuro nella casa di mia madre. E’ lei la persona giusta. E’ forte mia madre, è sempre stata lei la persona più forte in famiglia, l’unico vero uomo, anche con un marito e due figli maschi. Mi raccontava, ridendo, che quando io e Raul abbiamo cominciato ad uscire la sera, mio padre iniziava a preoccuparsi alle dieci, ed era lei che doveva tranquillizzarlo. Mi sembra di vederli, poveretti. Mio padre, no, difficilmente lui avrà saputo sostenere il colpo: passerà le giornate davanti alla finestra, piangendo senza farsi vedere da nessuno, lasciandosi spegnere, poco a poco, come una candela. Mamita invece… Lei starà già lottando. Mi ricordo, qualche mese prima che ci rapissero, una sua amica a cui avevano preso il figlio, che le aveva parlato delle madri di Plaza de Mayo. Lì per lì non ne parlammo, per paura, o per scaramanzia. Ma sono sicuro che adesso, tutti i santi giovedì, si vestirà con il vestito più elegante, si metterà in testa un fazzoletto bianco, raggiungerà Plaza de Mayo e si metterà a sfilare con le altre madri. E non vorrei essere il poliziotto o il soldato che cercherà di fermarla, perché si troverà di fronte ad una belva feroce. Ay, mamita, stai attenta, ti prego, e se ti hanno affidato Marisol… no, mamita, non c’è bisogno di raccomandarti nulla.
Ehi, che succede? Tra una bestemmia e l’altra, riesco a capire che l’Olanda ha pareggiato.

Mancano nove minuti alla fine. Nanninga, di testa. No, Nanninga non c’era ai mondiali del 1974. Non lo conosco. A me è sempre piaciuto il calcio. Anche il tennis, ma soprattutto il calcio. Tifo per il River Plate, come il mio papà. Mi raccontava sempre della ‘maquina’, lo squadrone che negli anni quaranta deliziò il mondo intero. Mi recitava a memoria la formazione. Passava interi pomeriggi a raccontarmi le partite che aveva visto in gioventù, a descrivere bellissime giocate, gol incredibili, parate stupefacenti. Ecco, per me il calcio è sempre stato fantasia, racconto, emozione. Io ho provato a giocare, ma sono sempre stato scarso. Forse proprio perché alla giocata preferisco il racconto, all’impatto col pallone preferisco la descrizione dell’emozione che si prova.. Mi è sempre piaciuto scrivere di calcio, fin dal giornalino scolastico, quando minacciai uno sciopero contro il professore che non voleva fare una rubrica di sport. E ci stavo riuscendo, a vivere scrivendo di calcio…
Altre bestemmie, urla, prima di paura poi di gioia. L’Olanda ha colpito un palo, all’ultimo minuto. Rensenbrink. Lui c’era, quattro anni fa. In ogni caso si va ai supplementari. Che bello. Altri trenta minuti di pace.
Ormai mi sembra di essere allo stadio. Passano pochi minuti del primo tempo supplementare, e arriva un altro boato. Kempes, di nuovo. Sembra che loro stavolta non abbiano la forza di reagire. Teniamo palla, facciamo gioco. Secondo tempo. Bertoni. Tre a uno per noi. Manca pochissimo. E’ finita. Siamo campioni del mondo.
Dopo pochi secondi sento il chiavistello che apre la porta della stanza in cui sono. Dei passi. Una voce.
“Allora, Juan Miguel, hai sentito? Siamo campioni del mondo! Gran partita, sai?” Provo ad appoggiarmi con la schiena contro il muro. Che strano, non li ho mai sentiti così distesi e allegri.
“Adesso per festeggiare ti portiamo in un altro posto. Tranquillo, gli interrogatori sono finiti. Starai in un carcere insieme a tanta altra gente, in attesa del processo. Ti portiamo via in aereo. Prima però il dottore deve farti un’iniezione. Prego, dottore”
Qualcuno si avvicina a me, mi scopre il braccio e penso mi faccia un’iniezione. Dico penso perché ormai il mio braccio è privo di sensibilità. Poi, piano piano, sento qualcosa di dolce e di caldo che entra in me. Non sento più niente, erano anni che non ero così rilassato e sereno. Penso a Charo e a Marisol, ed è come se le vedessi, le mie bellissime donne. E mi sembra di volare.”

 

Piero Cavallotti è anche autore di un bel romanzo giallo, “Colonna sonora” (Edizione del Corso). Avvincente fino all’ultima pagina. Agli amanti del genere lo consiglio vivamente!

 

Rimessa in strada

La mia “quatrelle”, la R4 è di nuovo in strada dopo circa un anno di riposo.

Di nuovo il clown!? Non ce lo possiamo permettere!

Ho sentito alcuni passi dell’intervista di Berlusconi a Rtl e ad una rete televisiva: un clown, uno che con le storielle e tanta demagogia cerca di strappare consensi elettorali giustamente persi per strada in questo ultimo anno. Sarebbe disgustoso e indecente per il nostro Paese e per la “società civile” (che si scandalizza per le oscenità di certa politica) che il Pdl e i suoi tirapiedi della Lega ottenessero un discreto risultato alle prossime elezioni politiche.  Mi chiedo, ma c’è almeno una persona – tra quelle “normali” che ogni giorno vanno a lavorare,  fanno la coda in posta,  portano i loro figli a scuola – che confessi pubblicamente di non votarlo più? Attendo risposte.

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