Maurizio e dintorni

appunti di viaggio….ma non solo

1979 – Bretagna, l’Ile d’Arz

Nel  giugno del ’79 il Sindaco Manzi mi chiese di accompagnare una ventina di ragazzi collegnesi in Francia, in una colonia marina ospiti della città gemella di Antony.

Collegno ha una lunga tradizione di gemellaggi; il primo, datato 1961, fu proprio con questa cittadina alle porte di Parigi che più o meno contava il nostro numero di abitanti. Negli anni si sono succeduti scambi di delegazioni tra le due amministrazioni favorendo l’incontro tra i loro cittadini. Ogni estate noi ospitavamo i ragazzi francesi nelle colonie soprattutto montane e loro ricambiavano inviando i nostri giovani in Bretagna, sia nelle loro strutture dell’Isola d’Arz nel Golfo di Morbihan che in quelle di Kerjoannou in terra ferma, ambedue nella provincia di Vannes nel sud della penisola.

Allora lavoravo all’Ufficio Pubbliche relazioni – Segreteria del Sindaco,  e Manzi mi disse a priori che se avessi accettato avrei dovuto usare le mie ferie e che non avrei preso una lira in più di quello che già prendevo come stipendio.  Credo per una sorta di correttezza verso i miei colleghi di lavoro e anche di trasparenza (allora questo termine non era molto in voga nei testi e nel lessico della pubblica amministrazione). Accettai di buon grado, in fondo sarebbe stata una esperienza nuova con la quale misurarmi, anche se dovetti rinunciare alle vacanze in Spagna già programmate per quel mese di agosto con i miei amici.

A far da “monitori” saremmo stati però in due, in quanto la metà dei ragazzi (i più grandi tra i 12 e 14 anni) erano destinati all’isola per le attività velistiche, mentre per quelli provenienti dalle scuole elementari la destinazione era un’altra in strutture e attività più adeguate alla loro età. Per accompagnare questo secondo gruppo fu scelta Patrizia Pilotto, una brava insegnante elementare che anch’essa si era resa disponibile e che, a differenza del sottoscritto, aveva già una notevole esperienza in quel ruolo avendolo ricoperto nella casa di vacanze collegnese “La Baita” in Valle d’Aosta.

Dopo le rituali riunioni con i genitori (il principale consiglio era quello di non telefonare al centro di vacanza in quanto sull’andamento del soggiorno avrebbe assolto il “monitore” con periodiche telefonate al Comune), la conoscenza dei ragazzi, l’acquisto degli zaini e dei sacchi a pelo presso Ghione, partimmo alla volta di Parigi. Ci attendeva un mese che, aldilà delle generiche informazioni, era per tutti noi un’incognita. Alla stazione di Porta Nuova i saluti, le raccomandazioni e qualche lacrimuccia sui visi dei genitori fecero da contorno alla partenza. Subito mi colpì la differenza di comportamento nei ragazzi: timidi, spaesati e anche un po’ intimoriti alla presenza dei genitori. Sollevati dopo il distacco dalle loro famiglie, esuberanti non appena il treno si mosse. In particolar modo mi colpì la metamorfosi di  Giancarlo, il più piccolo tra i “grandi”: un agnello trasformatosi pian piano in tigrotto. Diventò di fatto la nostra mascotte.

Dopo l’arrivo a la Gare de Lyon e il ricevimento in Comune il programma prevedeva una rapida visita a Parigi che comunque ci permise di visitare il neonato Beaubourg, andare in cima alla Tour Eiffel, intravvedere l’Arco di Trionfo, il Louvre e via discorrendo. Per tutti fu la prima visita alla “Ville Lumiére”, per qualcuno la prima e l’ultima.

In quelle prime ore iniziarono a cementarsi le prime amicizie, io e Patrizia ci facemmo le prime idee sulle personalità dei ragazzi. Imparammo i loro nomi; oltre a Giancarlo oggi ricordo Rocco, Katiuscia, Maria, Stefano, Laura, Alessandro, Cristina. Partenza da Antony nella notte a bordo di pulmann. Duecento, forse trecento tra ragazzi e bambini presero disordinatamente posto sui “torpedoni” con destinazione il sud della Bretagna. Cinquecento chilometri scomodissimi che terminarono davanti ad un pontile immerso nella nebbiolina delle prime ore del mattino, dove un battello ci avrebbe portato alla vicina Ile d’Arz. Salutammo Patrizia e suoi piccoli e dopo una mezz’oretta sbarcammo nella piccola isola abitata si e no da 300 anime, grande poco più di 3 chilometri quadrati (Collegno ne ha 18) e il cui nome bretone significa “orso”, insomma eravamo  capitati sull’Isola dell’Orso! Chissà quanto e cosa ingurgitò il tipo che gli rifilò quel nome, un orso in Bretagna…mahhh.

Purtroppo con il gruppo dei piccoli ci saremmo incontrati una sola volta, nell’occasione di una visita a Vannes. Patrizia la conobbi qualche tempo prima, come si suol dire una graziosa, simpatica ed intelligente ragazza (ce le aveva proprio tutte, e non era solo una mia opinione).

Due anni dopo un’altra ragazza accompagnerà i più piccoli nella colonia di Kerjoannou. Per ottenere maggiori informazioni sul soggiorno le fu consigliato di rivolgersi al sottoscritto. Ci incontrammo e anche lei, devo dire, si rivelò essere una graziosa, simpatica ed intelligente ragazza che da due anni era consigliere nel quartiere più piccolo e lontano di Collegno, Savonera. Oggi abita vicinissimo a me, anzi nel mio stesso alloggio da quasi 24 anni. Il suo nome è Silvana, di cognome fa Accossato ed è mia moglie!

L’area della “colonia” in cui avremmo soggiornato era delimitata da quei muretti “tipo paesaggi irlandesi” che segnano i confini delle proprietà e/o la protezione dal  costante vento.  Dava sicurezza a tutti noi un severo edificio tipicamente bretone piazzato proprio all’ingresso, una casa in pietra con i tetti spioventi in ardesia che ospitava la cucina, il cuoco, la cuoca di nome Lina (lo stesso di mia mamma) che  non avrebbero mancato di riprendere frequentemente la chiassosa compagnia. Non ricordo bene, ma il numero dei ragazzi era intorno alla cinquantina, oltre al sottoscritto e ai 6-7 monitori francesi che per la verità lasciavano correre un po’ troppo certe intemperanze dei loro ragazzi.  Nell’ampio prato antistante la casa c’era un pozzetto, una rete per la pallavolo e soprattutto tre tendoni. Uno per il consumo dei pasti e attività varie, l’altro per le femmine e un altro ancora per i maschi. In più alcune tende per noi monitori. Io condividevo la mia con Laurent e Jerome, quest’ultimo un gran bel tipo, fonte di desideri inconfessabili del 99% della popolazione femminile del campo; il restante 1% era indeciso, ma non avrebbe disdegnato ciò che la maggioranza avrebbe desiderato. In effetti devo ammettere che non avevano torto.

Gli inizi non furono particolarmente esaltanti: la convivenza tra i miei ragazzi e quelli francesi si rivelò subito difficile, soprattutto per la “disinvoltura” con la quale alcuni “antoniani” trattavano i “collegnesi” che, a differenza dei primi, si stavano rivelando educati, forse troppo educati, e anche un po’ intimoriti. In questa situazione mi dava soprattutto fastidio certo menefreghismo di alcuni monitori francesi e i sorrisini da presa in giro dei francesi nei nostri confronti. Chiesi perciò allo “stupefatto” direttore del campo un incontro in “seduta plenaria” per mettere le cose in chiaro! Che si fece, e nel quale – anche grazie ad un discreto francese – rammentai i motivi che ci avevano portato li, che le cose non stavano andando per niente bene e che se certe intimidazioni fossero continuate avremmo preso il primo treno e ce ne saremmo tornati al sole di casa nostra. Terminato l’incontro mi rivolsi al direttore della colonia ricordandogli che in quel caso se la sarebbe vista lui con il suo sindaco! L’effetto fu positivo e, nonostante quel “nonsochè” di superiorità che da sempre ogni francese deve dimostrare all’italiano, le cose si misero su binari dignitosi, in qualche caso anche ottimi. Soprattutto per uno dei miei, Rocco che spadroneggiava tra le coetanee francesi. Rocco era un fuoriquota, nel senso che aveva 15 o 16 anni, giocava nella “Pro Collegno” nel ruolo di portiere e venne aggiunto in sostituzione di uno che aveva dato forfait all’ultimo momento. Alla sera, durante le nostre ispezioni nelle tende lo trovavo spesso in quella delle ragazze.  Qualche raccomandazione al fine di non provocare tragedie e tutto andò bene. Si rivelò un ragazzo con la testa sul collo e mi aiutò anche nella gestione del gruppo. Rocco e i suoi fratelli (mi pare 4 e tra questi Maria, anch’essa all’Ile d’Arz) hanno oggi un’avviata attività di idraulici a Collegno.

Il programma del mese prevedeva: la prima settimana attività al campo; la seconda una camminata sulla terra ferma, tipo “cammino di Santiago”; la terza di nuovo al campo e la quarta a veleggiare nel golfo di Morbihan.

Le attività al campo erano concentrate in particolar modo sulla vela. Verrebbe da dire “che bello”! Purtroppo le uscite erano quasi sempre accompagnate dal tempo inclemente. Non ricordo una giornata di sole pieno. Né una senza un po’ di pioggia.  Gli istruttori dicevano che la Bretagna – e in particolare quel golfo – è “l’università della vela” grazie al costante vento e alla mancanza di onde. Ed in effetti era proprio così ma l’inizio non fu proprio come andare a nozze. Il problema erano soprattutto i termini e gli ordini marinareschi in lingua francese: Border (cazzare), Lofer (orzare), Abattre (poggiare),  Paré a virer (pronti a virare) per noi equivalevano all’ arabo, soprattutto per chi una barca a vela non l’aveva mai vista neanche in foto! La flotta era rappresentata dalle “caravelle bretoni”. Una barca non cabinata, bruttina a vedersi, basti pensare che la prua era mozzata…cioè gli mancava la punta! Sopra ci si stava in 5-6 e comunque dava un senso di robustezza. Alla fine qualcosa imparammo. Anche a esporsi fuori dai bordi della barca per bilanciarla. Non sono Soldini e quindi non mi dilungo nella spiegazione delle manovre, però diversi anni dopo, in quel di Policoro (Basilicata) presso il Circolo Velico Lucano, imparai a portare una “laser” facendo anche da “skipper” a qualche villeggiante!

Il nostro ”cammino di Santiago”, della durata di una settimana, iniziò tragicamente. Pioggia sul traghetto che ci portava in continente, pioggia battente sulle nostre teste per l’intera prima giornata. Un vero e proprio battesimo! Ero depresso e mi chiedevo se tutto quello avesse un senso. Nello stesso tempo dovevo tenere su il morale dei miei ragazzi che si facevano le mie stesse domande.  Grazie alle foto dell’epoca ricordo  un fienile che ci permise di rifocillarci un pò. I giorni a seguire furono decisamente migliori, anche divertenti. Sui bordi delle strade, sui sentieri di campagna, in mezzo a lindi paesini dalle case bianche e dai tetti grigi della pietra d’ardesia, camminava la nostra allegra combriccola con l’immancabile avvertimento di noi monitori al sopraggiungere di ogni auto “voitureee!!!”. Avemmo la fortuna di capitare nella piana di Carnac dove ci stupirono gli innumerevoli e fino allora sconosciuti menhir e dolmen disseminati in mezzo ai prati, che ora mi dicono essere recintati per ordinare il grande flusso di turisti, ma che allora erano visibili liberamente e, mi par di ricordare, senza dover pagare l’ingresso. Ricordo poi la tappa ad Auray, un grazioso villaggio di pescatori che può vantarsi di essere stato il campo della vittoriosa battaglia (1364) in cui terminò la guerra d’indipendenza bretone nei confronti dei “francesi”. La Bretagna e i bretoni (almeno una parte di essi) continueranno nei secoli a lottare per ottenere la piena indipendenza dalla Francia, senza peraltro ottenerla. Ad Auray arrivammo a sera tarda e su imposizione dei francesi piantammo le tende in un simil-giardino pubblico dove i cani erano di casa. Ne avemmo la certezza solo dopo piantato le tende. La puzza delle deiezioni canine si diffuse tra i sacchi a pelo…qualcuno l’aveva pestata (e non con le scarpe). Fu proprio una “notte di merda” che convinse tutti a “togliere le tende” e a cercarci – nella notte stessa – un altro posto dove accamparci, anche perché ad invitarci a sloggiare furono pure i “flic” (poliziotti) del luogo che ci contestavano, giustamente, di aver occupato un giardino pubblico.

Le sere intorno ai fuochi erano l’occasione per  cantare, stringere amicizie e conoscere meglio i nostri compagni di viaggio, superare steccati e preconcetti. Il tutto accompagnato da discrete quantità di sidro, una bevanda a basso tasso alcolico derivante dalla mela.

Dopo la camminata fu la volta della navigazione nel golfo, ovviamente con le caravelle. Prendemmo acqua quasi ogni giorno, dal mare e dal cielo. Da quella esperienza non sono più riuscito a sopportare il fatto di essere bagnato. Ad una delle barche si ruppe l’albero per cui tutti gli altri equipaggi dovettero ospitare un numero superiore di “marinai”. Di giorno a veleggiare, di sera a cercarci un posto dove piantare le tende, poi preparare il pasto…sempre con la pioggia e una forte umidità che ti prendeva le ossa. Una settimana infernale. Al nostro ritorno, il campo e i nostri tendoni ci sembrarono una reggia!

Bisogna ammettere che i francesi si dimostrarono mmmolto più spartani di noi. Sembrava non patissero la pioggia e se ne fregavano del pane bagnato o della difficoltà di garantirsi una seppur parziale pulizia personale! Non so perché ma mi è venuta in mente la mancanza di “bidet” nelle loro case! Non c’entrerà niente ma l’ho detta, ormai l’ho detta…e scritta!

Di sera alla colonia, dopo aver messo a letto tutti i ragazzi c’era la riunione di noi monitori. Ovviamente si parlava in francese e personalmente acquisii una buona padronanza della lingua. Allietavano quelle serate delle gran mangiare di cozze che raccoglievamo nel tardo pomeriggio in riva al mare, grazie alla bassa marea.

Qualche sera io, Jerome, Laurent e altri monitori francesi la trascorrevamo nell’unico pub del piccolo villaggio i cui avventori riportavano alle locande del ‘700, al film di Kubrick “Barry Lindon”: tatuaggi, qualche volto sfregiato, diversi ubriaconi…insomma, una galleria di tutto rispetto che sembrava realizzata dalla locale “pro loco”.

I “miei ragazzi”, nel complesso, si comportarono bene. Fui anche discretamente contento di me: riuscii a mantenere il gruppo ben affiatato senza far differenze di trattamento, nonostante mi resi conto di avere delle preferenze. Presi uno “spaghetto” (un modo di dire tutto piemontese per definire la  “paura”) quando persi Giancarlo per circa un’oretta: non rientrò in pulman all’ora prestabilita, al termine di una gita in una spiaggia che, a causa della bassa marea, ad una certa ora si trasformava in un sorta di sabbie mobili. E c’erano anche vistosi cartelli che lo ricordavano. Iniziarono le ricerche, italiani e francesi uniti alla ricerca di Giancarlo. Rabbrividii quando uno del luogo ci disse di aver visto un ragazzino giocare in riva al mare e proprio nel luogo più pericoloso. Tutto si risolse quando lo vidi arrivare tutto sorridente dopo aver trascorso quell’oretta a godersi il decollo degli aerei in un vicino aeroporto. L’avrei voluto “pestare”, invece gli corsi incontro e lo abbracciai forte forte.

L’ultima sera la dedicammo alla cena italiana alla quale avrebbero partecipato tutti gli ospiti del campo. La pasta era d’obbligo, ma il pezzo forte fu il pesce in carpione che decisi di fare, forte dell’esperienza di un analogo piatto cucinato a casa mia, però per sole tre persone. Non chiedetemi come e quale pesce feci comprare a madame Lina, ciò che contò fu la visibile soddisfazione stampata sulle bocche dei nostri amici francesi e di Lina stessa che, preoccupata, tifava per me e la riuscita del piatto fino ad allora sconosciuto a lei e a tutti gli altri.

Alla fine della vacanza ci ricongiungemmo con Patrizia e ai suoi piccoli e così terminò quella esperienza che valse per me come e più di una vacanza. Andò bene anche a loro e il viaggio di ritorno fu un continuo raccontarsi episodi, scambiarsi opinioni tra tutti noi. Scoprii e in alcuni casi ebbi la conferma di alcuni lati del mio carattere, cosa che mi servì nelle successive esperienze “monitoriali”.

FOTO

5 pensieri su “1979 – Bretagna, l’Ile d’Arz

  1. Finalmente ho capito dove, Maurizio e Silvana, si sono conosciuti: bello, quasi…una favola reale!!!
    Ritrovo, nella storia di Maurizio, le colonie de LA BAITA di Collegno del 1974. Anchio in ferie… Ritrovo anche la bellezza della condivisione, in anni successivi, di esperienze in soggiorni residenziali, con bambini e ragazzi. Bellissime esperienze!!!

  2. Alessandro Pilotto in ha detto:

    Io posso dire con orgoglio: “Io c’ero!”. Nella prima foto sono quello più alto con gli occhiali, in piedi dietro tutti. Avevo 15 anni quando partecipai a quella vacanza, una delle mitiche colonie sovvenzionate dal comune di Collegno, a prezzi popolari, che raccoglievano i bambini e i ragazzi delle famiglie più disagiate che non si potevano permettere una vacanza per tutta la famiglia. Ricordo che nel mio caso (madre casalinga vedova da 5 anni con 2 figli) quel mese all’Isola d’Arz costò 10.000 lire… Mia sorella Patrizia, giovane insegnante precaria, accompagnò l’altro gruppo di ragazzi a Kerjouanno, per arrotondare le magre entrate familiari.

    Maurizio, che emozione mi hai fatto rivivere! Splendido racconto! Certo che hai una buona memoria: io non ricordavo molte cose che hai narrato, per es. quando Giancarlo si era perso… Invece ricordo benissimo la “seduta plenaria” e il tuo memorabile discorso pacificatore. E poi la camminata sotto la pioggia, la gita ad Auray, i flic che ci fecero sloggiare, la settimana in barca (fu la nostra a rompersi, ma mi pare che fu il timone, non l’albero), lo sbarco sull’Ile aux Moines (2′ isola del
    golfo) e un bar che aveva appesi alla parete un’infinità di ammennicoli (mi pare che erano portachiavi), la gita a Carnac e i menhir (ricordi bene, non si pagava nulla) dove prelevai da terra una pietra che conservo tuttora (non so se sia un pezzo di menhir ma mi piace pensarlo), le bevute di sidro (oggi i genitori ti denuncerebbero per aver fatto bere ai loro figli minori delle bevande alcoliche!, ma penso che ormai il reato sia caduto in prescrizione…), le colazioni con croissant caldi, pane marmellata e burro salato, la saletta dove ascoltavamo i dischi dell’epoca tra cui “The logical song” dei Supertramp, che fu la colonna sonora di quel mese
    al campeggio.

    Ma ricordo soprattutto le belle amicizie nate tra noi italiani e anche qualche francese. A proposito: ti ricordi di quel ragazzo francese dai lineamenti orientali che si chiamava Hinode e col quale strinsi una forte amicizia? L’ho ritrovato un paio d’anni fa su Facebook! Lo trovi tra i miei contatti: abbiamo chattato un po’ (in inglese) e ricordato piacevolmente la vacanza di quel 1979.

    Per me fu una bellissima esperienza, è stato il mio “battesimo” dell’avventura, che ha segnato le mie esperienze di viaggi successive, mi ha insegnato a essere tollerante con gli altri e accettare le differenze (di lingua, etnia, religione, ecc.), mi ha insegnato a osservare e apprezzare i dettagli dei luoghi e delle persone che incontro nel cammino. E poi con un accompagnatore come te non potevamo chiedere di meglio: autorevole ma mai autoritario, socievole, equilibrato, simpatico, preparato, permissivo al punto giusto.

    Devo correggerti solo un paio di dettagli: i fuori quota eravamo almeno 2, io (15 anni) e Rocco (che ne aveva ben 17!). L’altro dettaglio riguarda i nomi: li hai detti quasi tutti, ma non c’era nessuno Stefano, bensì un Tiziano (amico di Rocco) e un Roberto (amico di Giancarlo). Infine una nota dolente: Laura, la ragazza a destra nell’ultima foto che ti ritrae con alcune ragazze del gruppo, purtroppo è mancata prematuramente una ventina di anni fa, quando aveva circa 23-24 anni: me ne accorsi per caso, in un’estate noiosa, leggendo le epigrafi per strada a Collegno.

    Le foto mi hanno colpito molto: è stato come tornare a quel tempo in un solo istante. Ricordavo le tende e gli edifici e le facce delle persone e tutto il resto, ma rivederle ora a distanza di tempo nella loro realtà è stato un tuffo al cuore. Mi sono tornati alla mente tutti i momenti piacevoli e straordinari. Chissà se anche gli altri ragazzi del gruppo conservano ancora lo stesso ricordo? Chissà dove sono adesso?
    Ho sempre desiderato tornare un giorno sull’Ile d’Arz, ma non c’è mai stata l’occasione. Forse è stato meglio così.

    Ancora complimenti per la relazione e per la buona memoria (e per il
    tuo sito molto interessante). Ciao!
    Alessandro

    • Alessandro, ti ringrazio di aver corretto alcune inesattezze dovute al tempo trascorso (tanto, troppo) e all’età (tanta, troppa). Tra le altre cose la povera Laura in realtà si chiamava Cinzia, almeno così mi ha corretto un’altra amica di allora. Non ho poi voluto allungare il racconto ma ricordo bene le ottime colazioni e il burro salato! Non so se fosse grazie a quello ma non sono mai andato di corpo così regolarmente e rapidamente come allora. Hai fatto benissimo a ricordare l’utilità di quegli interscambi, e alla loro utilità, vedo che ha dato buoni frutti. E grazie per i complimenti nella mia veste di monitore, mi hai commosso. Un abbraccio.

  3. Ho incontrato Maria, la sorella di Rocco e mi ha chiesto di fare una precisazione e di inserire un fatto da me “dimenticato”, direi sconosciuto. La serata italiana sarebbe stata impreziosita, oltre che dal pesce in carpione, soprattutto da un ottimo sugo preparato da Rocco. Lei, Maria, ha scuffiato con la barca rimanendo sott’acqua qualche secondo, ma salvata dal corpetto salvagente.
    Del sugo in effetti non ricordavo (ma non potevo mica fare tutto io!).
    Lo “scuffiamento” (termine velistico che indica il capovolgimento della barca) proprio non lo ricordo, molto probabilmente non c’ero…e se c’ero, dormivo! Ciao Maria e ciao Rocco, però potevate scriverlo voi. Smack.

    • Alessandro Pilotto in ha detto:

      Il sugo me lo ricordo benissimo! Avevo assistito io Rocco a farlo! Il pesce in carpione invece no (forse perché non mi è mai piaciuto… ma non è colpa tua…)
      Ragazzi (si fa per dire, ormai siete quasi sulla soglia dei 50 anni, a parte Maurizio…), se leggete queste pagine sappiate che vi ricordo tutti con molto affetto! Se qualcuno di voi è su FB o su Google+ e vuole riprendere i contatti si faccia sentire!
      Ciao da Alessandro

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