Maurizio e dintorni

appunti di viaggio….ma non solo

1980. Grecia e Jugoslavia

A giugno di quell’ anno accompagnai per la seconda volta e per conto del Comune di Collegno, alcuni ragazzini italiani in vacanza ospiti di una delle città gemellate: Cerdanyola, una cittadina vicino a Barcellona e per tutti noi fu la prima volta nella terra del flamenco, della corrida, dei luoghi dove il Generale Franco sconfisse la “primavera” repubblicana e la democrazia spagnola dopo una terribile guerra civile. Di Cerdanyola, della Valle d’Aran, delle colline di Montseni, delle emozioni di quella vacanza vi racconterò nella prossima puntata.

Ve la ricordate l’Opel KADETT, l’auto che ancora oggi si disputa con la Fiat DUNA e la Nsu PRINZ la palma della più brutta auto che sia circolata per le strade della vecchia Europa dal dopoguerra ad oggi? Bene, la famiglia Drappella, cioè mio papà, era riuscito qualche anno prima ad aggiudicarsene una, di seconda mano, grazie ad un faticoso match con un malcapitato rivenditore dell’Autofrancia il quale, dopo aver ceduto sul prezzo “imposto” da mio padre e pur di toglierselo di torno, mollò anche sulla cessione a gratis dei tappetini, che allora, stava a simboleggiare la vittoria dell’acquirente su tutta la linea. Ricordo esattamente la soddisfazione dipinta sul volto mio padre e la vergogna che io e mia mamma, anche noi presenti nella concessionaria, provammo per tutto il periodo della “trattativa”.

Fu proprio quella Kadett il mezzo che permise al sottoscritto, a Graziano (la sua Prinz rimase nel garage) e a Gabriele di raggiungere la Grecia. Una meta prediletta di tanti giovani che, oltre alla bellezza dei luoghi, erano attirati anche dalla garanzia di sole e mare a prezzi modici. In tanti si imbarcavano da Ancona o da Brindisi coi loro vespini, con l’utilitaria o anche solo armati di sacco a pelo. Per le ragazze in particolare era il posto, la Grecia o qualche sua isola, per “ritrovare se stesse” nel bel mezzo di un rapporto amoroso. Al loro ritorno e dopo essersi ritrovate, quella storia finiva ufficialmente, nonostante, questa la loro versione, l’assenza totale di divertimenti e di avventure, tanto erano deserte e desolate quelle lande…a parte qualche “pescatore” che, son certo, qualche migliaio di ragazzi italiani avrebbe voluto affogare nell’azzurro mare greco. A tal proposito consiglio di ascoltare una simpatica canzoncina di Gianni Bisio e Rocco Tanica.

A noi tre si aggiunse Marco, un componente della nostra numerosa compagnia che allora si ritrovava tra il Parco Rignon e Piazza S.Rita, luoghi situati nei pressi dello Stadio Comunale (ora Olimpico) percorsi – a domeniche alterne – da stuoli di tifosi granata e bianconeri. Grazie ai propri genitori, ballerini di liscio di ottimo livello, Marco disponeva di un locale, a Piossasco, dove ritrovarsi per ascoltare musica, ballare, organizzare le feste di fine anno, di carnevale e via dicendo. In pratica una mini sala da ballo. Marco è oggi un musicista, percussionista, e si esibisce con la sua band “I Rocket Men” in diversi locali piemontesi.

E veniamo al viaggio.
Ferie forzatamente ad agosto, mese nel quale tutte le aziende grandi e piccole chiudevano in concomitanza con la Fiat, in pratica una sorta di “indotto vacanziero”. Gabriele, valente elettrotecnico, decise che senza musica non si poteva partire. Realizzò quindi un impianto utilizzando il mitico mangiacassette “Philips”: una volta partiti scoprimmo però che le canzoni di Battisti, Dalla, De Gregori & C. le avremmo potute ascoltare solo di giorno perché la musica si interrompeva nel momento in cui si accendevano i fari. Indicibili gli aggettivi che dovettero ascoltare le orecchie di Gabriele.

A parte qualche piccolo dettaglio, come quello appena descritto, le forature – solo tre ! – e la poca stabilità dell’auto dovuta ad un bagagliaio che, una volta riempito all’inverosimile, faceva somigliare la Kadett ad una barca a vela in un mare forza sette, a parte questi “dettagli” filò tutto liscio.

Ma quel giorno fissato per la partenza le cose non filarono per niente bene alla Stazione di Bologna.

Quel 2 agosto noi quattro eravamo alle prese con i preparativi e nessuno di noi badò a cosa succedeva intorno a noi. Era tanta l’eccitazione di partire che la Repubblica di San Marino avrebbe potuto invadere l’Italia e non ce ne saremmo accorti. Nelle nostre teste c’era solo la voglia di partire, viaggiare, scoprire, liberarsi dalla quotidianità, vivere senza troppi condizionamenti, il non sapere che giorni e che notti ci attendevano. Di fatto, quando partimmo, non sapevamo ancora la quanto fosse tragico il bilancio delle vittime. Qualcuno potrebbe obiettare se per battezzare tragico un avvenimento occorre affidarsi al pallottoliere nella conta delle vittime; l’ipocrisia mi farebbe dire di no, ma per me è si. Non è per giustificare oltremodo la mia, la nostra “disattenzione”, ma in quegli anni gli attentati erano le notizie quotidiane. La pista fascista era quella più ovvia e per la “Stazione di Bologna” furono condannati, appunto, due fascisti che non mi va neanche di citare. Di certo, una parte della verità non venne mai a galla, in linea con le altre drammatiche vicende di sangue che sconquassarono il nostro Paese dal 1969 a pochi anni fa. Quindi solo al ritorno comprendemmo la reale portata della strage. Pensare a come sono oggi le comunicazioni, a come siamo sempre “connessi” con tutto il mondo in tempo reale e pensare a come eravamo allora, senza autoradio, con i giornali che all’estero arrivavano dopo diversi giorni…se arrivavano, con la difficoltà di telefonare a casa (dall’estero in quegli anni telefonavo a casa una volta, due al massimo)…sembra siano passati chissà quanti anni…..beh, in effetti 37 non sono pochi!

L’itinerario prevedeva il passaggio nell’interno della Jugoslavia, quindi l’azzurro mare ellenico, Atene, un po’ di Peloponneso e ritorno sempre dal suolo slavo, sfiorando il confine albanese e poi seguendo il tortuoso ma stupendo lungomare dalmato. Prima tappa Postunia, con visita alle grotte già visitate 5 anni prima in dolce compagnia, quindi la cosiddetta “autoput”, l’autostrada che tagliava da nord a sud l’allora stato jugoslavo. Per circa 35 anni il Maresciallo Tito riuscì nell’impresa di tenere insieme, pacificamente, le tante etnie e i diversi interessi economici delle varie “regioni”. Ci concedemmo una sosta a Belgrado, di fronte al Parlamento dove 3 mesi prima si svolsero i solenni funerali del “liberatore-dittatore-antistalinista-leader dei paesi non allineati” che, più di qualcuno oggi rimpiange, visto ciò che successe alcuni anni dopo in quel meraviglioso paese. Poi il riposo nell’improvvisato e pessimo “autocamp” situato all’interno dello stadio di Skopjie. Infine scoprimmo amaramente quanto fosse forte il desiderio dei turchi – emigrati in Germania – di rivedere i propri familiari in occasione delle ferie estive. Del resto è ciò che succedeva fino a qualche anno fa anche in Italia quando ad agosto i paesini del sud e del Veneto si riempivano dei loro figli, emigrati nelle grandi città industriali del nord Italia e non solo.

Trascorremmo non meno di otto ore, praticamente fermi, sull’autostrada nei pressi di Nis, senza capirne il motivo. Aldilà dell’incazzatura fu però l’occasione per osservare quelle migliaia di persone, gli abitacoli delle loro auto strapiene fino all’inverosimile di persone e di cose di vario genere, certamente regali utili alla vita quotidiana dei loro familiari. E poi i suoni, le musiche, i rimproveri, le discussioni che si animavano intorno a noi, i foulard e le tonache che vedavamo per la prima volta così numerosi sui corpi di donne e uomini. Gli spuntini sul prato che costeggiava l’autoput, loro preparati a queste evenienze…noi no, sprovvisti di cartine, di informazioni, di qualcosa da mettere sotto i denti, anche di acqua, non dovemmo fare altro che aspettare. Ricordo ancora il sollievo della definitiva ripartenza.

Cercammo il primo approdo al mare, il desiderio di tuffarci, di ripulirci, di mangiare, era tanto. Non facemmo molto caso alla qualità del campeggio. Che si rivelò pessimo, così come la fauna umana che lo abitava. Servizi sporchi e vacanzieri, quasi tutti provenienti dalla vicina Macedonia jugoslava, evidentemente con un concetto di pulizia “discutibile” e per niente attenti alle elementari regole di convivenza civile.

Il giorno non vedemmo l’ora di ripartire e per fortuna ci imbattemmo in un tranquillo e confortevole camping dove ci saremmo fermati alcuni giorni. Platamon. Una bella e a quel tempo tranquilla e libera spiaggia, ma che oggi – così dicono le foto – non è più tale. Scorpacciate di pesce e di insalata greca nell’unico ristorantino sulla spiaggia. Una curiosità gastronomica: il pesce, soprattutto alla griglia, non lo avremmo più trovato da nessun’altra parte, anche nelle future vacanze che avrei trascorso nel paese ellenico.  Seppi più in là che, nonostante l’enormità di mare intorno a loro, i greci non sono mai stati grandi pescatori; piuttosto pastori, contadini poco avvezzi alle vita di mare. Un po’ come i sardi da noi. Anche sull’insalata greca avrei da dire, nel senso che negli anni successivi la qualità degli ingredienti – la feta (il formaggio caprino), le olive e soprattutto l’olio – non li trovai più all’altezza di quella esperienza. In compenso a casa mia questa gustosissima insalata la facciamo spesso, però senza il cetriolo.

Trascorremmo piacevoli giornate anche se non cogliemmo ghiotte occasioni per qualche avventura con alcune nostre connazionali che si erano letteralmente offerte…che “babbioni” eravamo, prigionieri delle nostre incertezze e di qualche timidezza di troppo.
Il mio stato d’animo non era al massimo. Sul piano sentimentale, nonostante le fugaci e non poche avventure, non riuscivo a trovare una ragazza che mi facesse perdere la testa, o meglio, due-tre le avrei anche trovate, ma senza essere ricambiato. L’ autostima veniva meno e le insicurezze crescevano di pari passo. Purtroppo come gatto che si mangia la coda. E dire che quel periodo (tra il ’79 e l’81) non andava male, bene il lavoro, numerose le amicizie, in famiglia tutto normale, la salute (ma chi la prendeva in considerazione allora) pure quella. Però mancava l’ammmore! E quando in quei giorni vedevo coppie di giovani passeggiare mano nella mano, distesi in spiaggia uno accanto all’altra o anche solo in campeggio alle prese con i loro fornellini….mi immalinconivo.

Nella nostra discesa verso sud, dopo aver sfiorato lo stretto di Corinto raggiungemmo Atene, una tra le peggiori capitali che ho visitato nei miei viaggi. Tolto il Partenone e qualche dignitoso angolo della città i miei ricordi proprio non mi portano a niente altro. Trascorremmo perciò le due notti alla “fiera dei vini”, un’area di fianco al nostro camping in cima ad una delle colline che cingono la capitale e in cui, dopo aver pagato l’entrata, si poteva mangiare, ballare il sirtaki e bere vino a volontà “tirato” direttamente da enormi botti disposte qua e là in quella divertente e chiassosa area. Conoscemmo un ragazzo iraniano, ebbro per la rivoluzione che un anno prima aveva cacciato lo scià e la monarchia persiana. Studente, fuoriuscito dal suo paese perché comunista, sarebbe di li a poco rientrato in Iran, per impegnarsi finalmente nella realizzazione di una vera democrazia. Negli anni ho pensato innumerevoli volte a come sarà stata la sua vita…

Una volta ripartiti da Atene ci imbattemmo in un posto incantevole, uno dei più belli che abbia mai visto nel corso degli anni. Nei pressi di Leonidion, in un piccolissimo villaggio con annesso un porticciolo, una spiaggia di pietre sulle quali dormimmo – avvolti nei sacchi a pelo – in una splendida nottata impreziosita da un mare di stelle. Mangiammo nell’unica piccola trattoria a conduzione familiare dove, per scegliere cosa ordinare, il titolare ci invitò in cucina a visionare le proposte culinarie che attendevano fumanti sui fornelli. La stessa situazione ci capitò in diverse occasioni. Altri tempi.

Quello greco fu un agosto caldissimo, 42° gradi ad Atene, 40 comunque la media di quelle tre settimane. Tra noi quattro l’intesa su cosa fare e dove andare funzionò alla perfezione. Sarà che il tempo lenisce le ferite, mette in soffitta le incomprensioni, ma non ricordo momenti di frizione tra di noi. Anche le notti che trascorremmo a dormire in macchina non produssero problemi, se non la conoscenza del timbro delle russate dell’uno o dell’altro.

Di fatto c’era un quinto viaggiatore, per fortuna virtuale. Si trattava di Lucio Battisti, il cantante preferito da Gabry. E siccome era lui il proprietario del mangiacassette e l’autore dell’impianto nessuno metteva in discussione le sue decisioni musicali. Quell’anno il cantautore di Poggio Bustone aveva lanciato uno dei suoi ultimi pezzi fortunati Una giornata uggiosa, in una stagione che per la verità non è da ricordare tra le più prolifiche della discografia italiana e mondiale: in Italia furoreggiava Alan Sorrenti con Non so che darei, la Rettore con Kobra, Gianni Togni con Luna e la H.Parisi con la sigla di una delle tante edizioni di Fantastico. Personalmente salverei Amico di R.Zero e Pescatore di Pierangelo Bertoli. C’era però da tirarsi su il morale con alcuni pezzi che arrivavano da lontano come My Sharona dei Knack, Video Killed the Radio Star dei Budges, Upside Down di Diana Ross. Altri non ne ricordo più.

E anche al cinema non c’era da stare molto allegri se escludiamo i grandi Blues Brothers, American Gigolò con l’astro nascente Riccardo Ghiro, Toro scatenato con l’attore che ho amato più di tutti Robert De Niro. E, anche se non l’ho mai visto, Il tempo delle mele che lanciò la splendida Sophie Marceau. Da noi un grande Nino Manfredi interpretò Cafè Express, uscì l’ennesimo Fantozzi, quello contro tutti e Carlo Verdone esordì nella regia con un gran Sacco bello!

Appagati da bagni e dall’ozio della spiaggia ci inoltrammo all’interno del Peloponneso. Paesaggi aridi dove il confine tra il marrone-beige della terra e l’azzurro del cielo era netto, paesini rurali, asini, pecore, pastori, donne curve nei loro lavori quotidiani coi loro abiti neri e con l’immancabile foulard, gli uomini anziani davanti ai bar a rigirare i loro komboloi (rosari che non si sa ancora se di origine mussulmana o cattolica), bambini scalzi persi nei giochi di tutti i bambini del mondo, sono queste le immagini che ancora oggi mi porto nella memoria di quel viaggio e della Grecia.

Adesso il nostro giro prevedeva di ritornare sulla costa est. Un giro a Patrasso, poi un tratto di costa a nord, bruttino e inospitale, che ci fece virare subito a destra, verso l’interno del paese dove dove incappammo nella graziosa cittadina di Messolongi. Lì trascorremmo la serata, la cena e poi ad osservare una moltitudine di persone a spasso per godersi un pò di frescura nella calda estate ellenica. Ma non ci fermammo nemmeno li, ripartimmo in piena notte. Quello che seguì fu uno dei percorsi più impegnativi e ostici di sempre. Sotto un cielo ricoperto quasi totalmente dalle stelle che illuminavano i sentieri privi della più elementare illuminazione, procedavamo cautamente sul manto stradale in terra battuta per evitare buche, sassi, anche massi grossi quanto la capoccia di un elefante. Ad un certo punto pensammo anche di aver sbagliato strada. Era incredibile che quel percorso fosse il principale asse di collegamento tra la costa e cittadine di una certa consistenza come Giannina. Ad un certo punto ci fermammo per attendere un qualcosa che somigliava tanto ad un automezzo. Era un camioncino, una specie di Balilla furgonato. Nell’abitacolo il conducente, nel piccolo rimorchio scoperto l’intera famiglia, almeno 5-6 persone sonnolenti con tanto di coperte per ripararsi dall’arietta frizzante. Con nostra soddisfazione apprendemmo che quella era la strada giusta.

Al mattino e dopo l’ennesima dormita in macchina, riprendemmo la strada, ora finalmente asfaltata, che ci fece scoprire una meraviglia a noi fino allora sconosciuta: le Meteore. Ventiquattro monasteri abbarbicati su enormi falesie che già allora erano meta di tanti turisti. Li visitai bene qualche anno dopo e, pur sapendo della loro esistenza, fui ri/meravigliato per la bellezza, la particolarità della forma di questi imponenti massi aventi come piedistallo una campagna verde e rigogliosa…a sua volta ornata da brulle alture. Figuriamoci lo stupore di noi quattro “ignorantoni” al cospetto di questo miracolo della natura, impreziosito dall’opera degli uomini che proprio lassù avevano eretto dei veri e propri paradisi di fede.

Riprendemmo quindi la strada del ritorno percorrendo le strade della Macedonia, del Kossovo e del Montenegro prima di approdare sulla costa slava che ora appartiene in gran parte alla Croazia. Dubrovnik, Zara, Spalato furono occasione di fugaci visite. Al casinò di Dubrovnik, incontrai Claudio. Un ragazzo di Collegno che poi diventerà uno dei proiezionisti del cineclub “L’incontro” (ora Suburbana) con sede al Circolo Aurora, la Casa del popolo collegnese. Dopo aver perso poche lire a qualche tavolo, decidemmo di accettare il suo invito a dormire in un “confortevole” campo da bocce, nel bel mezzo di un giardino pubblico. Come dicono i francesi dormimmo “a la belle etoile” (a cielo scoperto). Prima di prendere posto con il mio sacco a pelo inciampai su chi presumevo stesse dormendo…ma probabilmente era così stanco che non si accorse della mia pedata. Al mio risveglio compresi il perché di quella mancata reazione: non si trattava di un “saccopelista”, bensì di uno di quei rulli utilizzati per spianare il terreno di gioco!!!

Al nostro ritorno, l’Italia stava ancora piangendo le decine di morti della Stazione di Bologna. Eravamo nel pieno della cosiddetta strategia della tensione, degli attentati, degli assassinii politici che ebbero gran peso nella recente storia del nostro Paese. In settembre 40.000 quadri della Fiat misero fine all’occupazione della fabbrica, ferendo al cuore il sindacato e tutto il mondo della sinistra che, nei successivi anni vivranno altre sconfitte come quella sulla “scala mobile”. Verso la fine di novembre l’Italia vivrà un altro enorme lutto collettivo con il terremoto in Irpinia dove trovarono la morte quasi 3000 persone e dove la ricostruzione avvenne, come sempre in Italia, in ritardo e in modo, diciamo così…contraddittorio, arricchendo la camorra e la malavita organizzata. Lo sdegno e le parole di fuoco del Presidente Pertini non bastarono a contrastare il malaffare e la vergogna della corruzione. Per non far mancare nulla ai popoli della terra gli americani decidono proprio quell’anno di farsi rappresentare da Ronald Reagan e, sempre negli Usa, a New York di fronte al Central Park, viene assassinato John Lennon. Provai una grande tristezza, l’ex Beatles non avrebbe più potuto eguagliare il suo capolavoro, Imagine.

FOTO

3 pensieri su “1980. Grecia e Jugoslavia

  1. antonella in ha detto:

    TRA UN CLIENTE E L’ALTRO HO LETTO QUALCOSA, DEVO DIRE PENSANDO AL VIAGGIO IN GRECIA INCUI C’ERO ANCHE IO ,CHIARO NON ERA QUELLO ,PERO’ MI STUPISCO COME TU POSSA RICORDARE TANTI PARTICOLARI ,INCREDIBILE .FORSE TENEVI ,ALLORA UN DIARIO ? IN OGNI CASO COMPLIMENTI CIAO ANTONELLA

  2. Ciao Antonella, mi fa piacere tu abbia letto (solo qualcosa?) il mio racconto. Come ricordare momenti così lontani? Non saprei…la butto lì: credo sia normale – l’ho verificato con altre persone della mia età – ricordare date, luoghi, avvenimenti di un tempo, così come è estremamente difficile ricordarsi quelli di pochi mesi fa. Ad esempio, ricordo a memoria le canzoni dei miei 15 anni e non quella che, pur piacendomi, è uscita anche solo due anni fa. E’ probabile sia l’intensità e l’emotività di come si sono vissuti i momenti dell’adolescenza e di come si considerino normali quelli di oggi; si danno ormai per scontati tanti e diversi momenti della nostra vita, come ad esempio un viaggio in Australia o in Argentina. Andare a 20 anni in Jugoslavia con la 500 fu un’avventura. A 47 in Messico mi sembrò quasi naturale, così come i viaggi intercontinentali che feci negli anni successivi. E comunque non ho mai tenuto un diario. Pensa a quando scriverò del nostro viaggio in Grecia nell’83!

  3. Giancarlo in ha detto:

    Ciao Cugino, quel ’80 me lo ricordo bene anche io, eravamo arrivati al mattino col treno sulla riviera adriatica passando per Bologna, un gruppo di ragazze del paese invece partivano per il ritorno, il tempo di salutarle e poi un’ora più tardi la notizia che corre su tutti i canali televisivi e radio, ore di angoscia, i cellulari ancora non esistevano e non avevamo notizie del gruppo di ragazze, solo alla sera abbiamo saputo che il loro treno non era ancora in stazione alle 10,25 ora dello scoppio ma appena fuori e li sono rimasti bloccati per tutto il giorno.
    Mi associo ai complimenti di Antonella per la memoria, non è facile ricordarsi così bene tutti quei particolari! Complimenti
    Saluti
    Giancarlo

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